— Libera la stanza.
In questa casa sei un’ospite, non la padrona.
La casa appartiene a mio figlio, non a te.
Raisa Petrovna stava sulla soglia della camera da letto, con le mani sui fianchi.
Aveva le guance infuocate e le labbra strette in una linea sottile.
Dietro di lei, appoggiato al muro, mio marito Kirill si spostava nervosamente da un piede all’altro.
Fissava il motivo della carta da parati con tale attenzione, come se vedesse per la prima volta quelle strisce grigie.
Chiusi il portatile, posai con cura la tazza sul davanzale e mi voltai verso mia suocera.
— Raisa Petrovna, la sento benissimo.
Non c’è bisogno di urlare.
— Io non sto urlando!
Sto spiegando! — fece un passo dentro la stanza.
— Sei arrivata chissà da dove, ti sei sistemata a casa del mio Kirjuša e adesso pretendi pure di dettare legge?
Non vuoi nemmeno far entrare sua sorella?
Che vergogna.
Spostai lo sguardo su mio marito.
— Kirill.
Anche tu la pensi così?
Devo fare la valigia?
Si grattò la nuca, spostò il peso da un piede all’altro e fissò la finestra.
— Sveta, ma cosa ti aspettavi? — borbottò.
— Sei tu ad aver ingigantito tutto.
Mamma ha ragione.
L’appartamento l’ho comprato prima del matrimonio.
E se Natasha non ha un posto dove stare mentre cerca di sistemarsi con il lavoro, vivrà qui per un po’.
Siamo una famiglia.
Sei tu che ti sei impuntata.
Se non vuoi accettare i miei parenti, allora non c’è più niente da discutere.
Annuii.
Per due anni avevo creduto sinceramente di avere alle spalle un muro solido.
Si rivelò invece un paravento di cartone.
E dietro quel paravento si nascondeva un uomo adulto per il quale era più facile tradire sua moglie che dire una sola volta «no» a sua madre.