Quella notte, mentre la mettevo a letto, April alzò di nuovo la mano, proprio come aveva fatto all'alba. Il braccialetto rosso era stretto. Avrei dovuto cambiarlo presto. Le baciai il polso. "Grazie per essere rimasta", mormorai.
April mi guardò attraverso gli occhi di Marina. Poi chiuse gli occhi. Non c'era musica. Nessuna luce strana. Nessuna voce di morti. Solo il respiro di mia figlia. E per la prima volta da quell'ospedale, quel suono non mi sembrò ingiusto. Mi sembrò un miracolo.
Letti e testiere
Spensi la lampada e mi sedetti accanto al letto. Non perché avessi paura di perderla, ma perché volevo vederla di persona.
Alle 3:12, il telefono di Marina squillò di nuovo. Non avevo impostato nulla. Mi alzai lentamente, con il cuore che mi batteva forte nel petto. Il telefono era sul comò, luminoso come una vecchia lucciola.
Non c'era nessun nuovo suono. Nessun messaggio. Apparve solo una foto che non avevo mai visto prima. Marina in ospedale, in camicia da notte blu, con i capelli raccolti. Era pallida, stanca, ma sorridente. Teneva in braccio la piccola April, appena nata.
Sulla didascalia della foto c'era una frase che aveva scritto: "Così non dimenticherai mai che non me ne sono andata con un lutto. Me ne sono andata con l'amore."
Strinsi il telefono al petto. Guardai April dormire. Poi guardai fuori dalla finestra, verso il cielo scuro. "Ora capisco, Marina", dissi a bassa voce. "Tardi. Ma capisco."
April sospirò. Tutta la casa sembrò acquietarsi.
Da allora, mi sveglio ogni 15:12. A volte perché...
Per abitudine. A volte perché April mi chiama. A volte perché il dolore sa ancora come bussare. Ma non entro più nella stanza furioso. Entro a piedi nudi, sì. Stanco, sì. Con le occhiaie profonde, la paura, tutta la sua vita aggrovigliata.
Ma entro come padre. Mi chino sul letto, la rimbocco, le controllo il suo piccolo braccialetto rosso e le dico quello che avrei dovuto dirle fin dal primo vagito: "Sono qui, April. Papà è qui."