Parte 2: La verità sul palcoscenico

Dylan lisciò il tessuto giallo, ormai consumato e morbido, sul podio di legno.

"La persona che mi ha dato alla luce mi ha abbandonato in un cesto della biancheria sul portico di mia zia diciannove anni fa", disse Dylan al microfono. La sua voce echeggiò in ogni angolo della palestra gremita. "Ha lasciato un biglietto in cui diceva di essere troppo giovane, troppo ambiziosa e di avere ancora troppa vita da vivere."

Un sussulto collettivo e acuto si propagò tra le file di sedie pieghevoli.

Il viso di Vanessa divenne rosso fuoco. Si alzò a metà, i tacchi che risuonavano rumorosamente sul pavimento. "Dylan, smettila subito! Questo è assolutamente inappropriato!"

"Siediti, Vanessa", urlò a gran voce un padre seduto dietro di lei. "Lascia parlare il ragazzo!"

"Siediti!", aggiunsero altri genitori, con voci arrabbiate che echeggiavano.

Vanessa si ritrasse sulla sedia, la mascella tremante, la mano che lasciava il braccio di Harrison mentre l'investitore immobiliare la guardava con improvviso, orripilato disgusto.

"Mia zia Myra non se n'è andata", continuò Dylan, guardandomi dritto negli occhi, con le lacrime che non sgorgavano. "Ha portato dentro quel cesto della biancheria. Mi ha avvolto in questa coperta gialla. E per diciannove anni, ha scelto me ogni singolo giorno. Non quando le faceva comodo. Non quando c'era un pubblico. Ogni singolo giorno."

Dylan infilò la mano nella tasca della toga ed estrasse una busta bianca ufficiale con il sigillo del tribunale di successione dello stato.

"E tre settimane fa, nel giorno del mio diciannovesimo compleanno, ho fatto una scelta personale", disse Dylan, mostrando il documento a tutti i presenti. "Ho presentato domanda di adozione per adulti. Dalle otto di stamattina, Myra Summers non è più mia zia, la mia tutrice o la mia babysitter. È legalmente, ufficialmente e per sempre mia madre."