PARTE 2 — IL TESTIMONE CASUALE

Sulla soglia, pallida come un cencio e senza fiato per il terrore, c'era mia sorella minore, Karen.

Le sue chiavi caddero a terra con un tintinnio. Non mi guardò; i suoi occhi si posarono dritti sul corpo privo di sensi di Ed, e un suono le uscì dalla gola, un suono che nessuna cognata dovrebbe mai emettere: un singhiozzo di pura, incontaminata disperazione.

"Ed! Oh Dio, Ed!" gridò, inginocchiandosi accanto a noi, con le mani sospese sul suo petto, tremanti troppo violentemente per toccarlo.

La fissai, la mente in preda a un angosciante vortice. "Karen? Cosa ci fai qui? Come fai ad avere una chiave?"

Mi guardò, con gli occhi sbarrati dal panico, ma prima che potesse rispondere, il suono stridulo delle sirene riempì la strada. I paramedici irruppero dalla porta aperta, spingendoci entrambi da parte mentre si mettevano al lavoro, collegando Ed ai monitor, controllando i parametri vitali e preparandolo per il trasporto. «Il suo battito cardiaco è sui 30! Bradicardia grave, lo spostiamo subito!» urlò uno dei paramedici.

Nel caos che seguì, Karen cercò di salire sull'ambulanza con lui.

«Solo familiari!» dichiarò il paramedico, trattenendola.

«Sono sua moglie!» urlò Karen senza pensarci.

La parola rimase sospesa nell'aria sterile tra noi, pesante e tossica. Si bloccò, rendendosi conto di ciò che aveva appena detto. Rimasi sul marciapiede mentre le porte dell'ambulanza si chiudevano sbattendo, guardando mia sorella – la donna che mi aveva tenuto la mano al matrimonio di mia figlia, che era stata seduta al mio tavolo del Ringraziamento per quarant'anni – accasciarsi sul marciapiede, in lacrime.

«Tu», sussurrai, la fredda realtà che mi si depositava nel petto come piombo. «Non c'era nessun istruttore della palestra.»