"Parlo nove lingue", ha affermato la giovane imputata.

Il giudice, che fino a quel momento l'aveva guardata dall'alto in basso, cambiò espressione. Non era più certo della sua ironia. Davanti a lui non c'era una bambina che si vantava, ma un genio linguistico, una mente brillante che né lui né l'accusa potevano negare.

La madre di Mariana scoppiò in lacrime, portandosi le mani alla bocca. Fu come una luce che squarciava un tunnel buio. Per la prima volta vide suo figlio ricevere il rispetto che meritava.

Un nuovo mormorio si levò dall'aula, questa volta di stupore, non di scherno. Alcuni giurati si scambiarono un'occhiata, rendendosi conto che le accuse stavano crollando di fronte alle prove.

Mariana si fermò e, con voce semplice ma ferma, disse: "Non sono una criminale. Sono una ragazza che ha lavorato, letto, studiato da sola, preso in prestito libri dalla biblioteca e passato notti insonni. La mia unica colpa è di provenire da una famiglia povera".

Le sue parole colpirono l'aula più duramente di qualsiasi supplica di un avvocato.