Mia madre era morta ventisette anni prima. L'ho trovata a mendicare davanti alla cattedrale.

Era seduta per terra, con la schiena appoggiata alla pietra, e teneva in mano una foto sbiadita di un bambino di circa otto anni. Ci misi un po' a capire che quel bambino ero io.

Rimasi immobile. Non mollai la presa dal muro a cui ero appoggiato, nemmeno quando Isadora, la mia compagna, mi strinse il braccio e mi sussurrò quello che non osavo pensare.

"Sebastian. Quella donna è identica a tua madre."

Aveva i suoi occhi. Quel verde, lo stesso che vedo ogni mattina allo specchio. La stessa mascella che mio padre diceva sempre che avevo ereditato da lei.

E mio padre mi giurò, con la mano sul petto, di averla seppellita lui stesso. Di averla vista scendere nella tomba.

Ventisette anni passati a cercare una tomba che avesse un senso. Ed eccola lì, proprio davanti a me, viva, che chiedeva l'elemosina. 😱😮⚠

Avevo otto anni l'ultima mattina che la vidi.

Era aprile. Mi accompagnò a scuola tenendomi per mano, come sempre. Mi sistemò il colletto della camicia, mi disse di comportarmi bene e mi baciò sulla fronte. Profumava di fiori d'arancio. È l'unica cosa che mi resta di lei intatta: il profumo dei fiori d'arancio e il calore della sua mano.

Non c'era quando la scuola finì. E non tornò mai più.

Quella sera mio padre mi fece sedere, mi abbracciò finché non ebbi più lacrime e mi disse che c'era stato un incidente. Che la mamma era andata in cielo. Che non era riuscita a salutarmi, ma che mi adorava.

Ci fu un funerale. C'era una lapide con il suo nome. Quando ero piccolo, andavo con mio padre a deporre fiori ogni domenica.

E mio padre, che riposi in pace, era l'uomo migliore che abbia mai conosciuto. Si è fatto in quattro per crescermi da solo. Non si è mai risposato. Diceva che una sola donna gli era bastata per tutta la vita. Ha costruito l'azienda dal nulla, quella che ho ereditato e trasformato in ciò che è oggi.

Ogni volta che la mia faccia appariva sulla copertina di una rivista, pensavo la stessa cosa: vorrei che lei potesse vedermi.

Quello che non ho mai raccontato a nessuno è l'ultima cosa che mio padre ha fatto prima di morire.

Riusciva a malapena a parlare. Mi afferrò il polso con la poca forza che gli era rimasta, mi guardò con un'angoscia che non gli avevo mai visto prima e cercò di dire qualcosa. Uscì solo un nome, quello di mia madre, e una parola: "Perdonami".

Pensai che fosse il senso di colpa per non averla salvata. Lo abbracciai e gli dissi che non c'era niente da perdonare.

Davanti alla cattedrale, con quella donna che mi guardava, quella parola cominciò a pesarmi addosso come una tonnellata di mattoni.

Perché allora mi ricordai di cose che avevo passato metà della mia vita a rifiutarmi di affrontare.

Sulla lapide di mia madre non c'era una data di nascita. Solo la data della sua morte. Da bambino, chiesi a mio padre il perché, e lui cambiò argomento.