La seconda volta, sospirò, come se avessi presentato un problema irrisolvibile. "Gli ospedali costano una fortuna. Sta solo cercando una scusa per restare a casa."
La terza volta, quando Maya si svegliò alle due del mattino, tremante e con la voce rotta dal respiro, ringhiò: "Smettila di alimentare questa situazione. Le passerà."
Quelle parole mi si depositarono nel petto e vi rimasero, taglienti e pesanti.
Provai con delicatezza. Chiesi a Maya delle pressioni della scuola, delle amicizie, dell'ansia. Ogni volta, scuoteva la testa, con gli occhi spenti dal dolore, non dalle lacrime.
"Sento come se qualcosa mi tirasse", sussurrò una notte. "Come se tutto dentro di me fosse contorto."
Qualche giorno dopo, la trovai seduta sul pavimento del bagno, con la schiena appoggiata al lavandino e la fronte sulle ginocchia. Quando le toccai la spalla, sussultò come un animale spaventato.
Fu allora che smisi di farle domande.
La mattina seguente, dissi a Richard che avrei portato Maya a comprare il materiale scolastico. Lui a malapena alzò lo sguardo. "Non spendere troppo", borbottò, già irritato.
Andai direttamente in ospedale.
Nella sala d'attesa, Maya si scusava continuamente. "Papà si arrabbierà", diceva, come se il suo umore fosse più importante del suo dolore. Questa consapevolezza mi sembrò di per sé una sconfitta.
"Il tuo corpo non mente", le dissi. "E non devi mai meritare di essere curata."
L'infermiera del triage la guardò e agì immediatamente. Esami del sangue. Parametri vitali. Una leggera pressione sull'addome che fece urlare Maya, nonostante cercasse di trattenersi. Si muovevano più velocemente di quanto Richard avesse mai fatto.
Il medico di turno, la dottoressa Laura Bennett, parlò con una calma che denotava serietà. Senza esitazione, ordinò degli esami di diagnostica per immagini.