E io non l'ho mai visto.
Qualche ora dopo, lo trovarono.
L'armadio della nostra vecchia casa. Casa e giardino.
Quello che nessuno aveva mai messo in discussione.
Tutto era nascosto dietro una porta finta: documenti, una fotografia e un diario scritto con la calligrafia ordinata di mio padre.
Una prova.
Mio padre non è morto in un incidente.
Aveva scoperto qualcosa.
Denaro. Frode. Nomi che non c'entravano nulla con i documenti.
E uno di quei nomi...
Era Ray.
L'ultima annotazione nel diario risaliva alla notte in cui mio padre morì.
Aveva scritto dell'arrivo di Ray. Di minacce mascherate da offerte. Di una paura che non poteva ignorare.
E una frase mi è rimasta impressa nella memoria:
"Se mi succede qualcosa... sarà colpa sua."
Ray non l'ha ucciso e basta.
L'ha pianificato.
Conosceva i punti deboli di mia madre – il sonnambulismo, i suoi problemi di salute mentale – e li ha sfruttati. La gravidanza e la maternità.
Non si è limitato ad ucciderla.
Ha inventato una storia a cui il mondo voleva credere.
E tutti ci abbiamo creduto.
Persino io.
L'ho visto per l'ultima volta prima che lo portassero via.
Era seduto in una stanza grigia, più piccola di come la ricordavo, ma ancora pervasa dalla stessa amarezza.
"Perché?" ho chiesto.