Chiusi lo schermo e guardai di nuovo Nicolas. Dormiva serenamente, respirava piano, il naso arricciato in un modo strano. Ma il suo viso mi sembrava in qualche modo estraneo, quasi distaccato, come se non appartenesse del tutto al mondo che conoscevo.
"Ero sempre stato certo che nella famiglia di mia moglie non fosse mai nato un bambino con i capelli rossi", pensai amaramente, fissando il neonato nella culla.
Cercai di convincermi che fosse solo una sensazione di confusione, una reazione naturale a una sorpresa genetica. Mi dissi che la mattina dopo tutto sarebbe tornato alla normalità: sarei tornato in camera, lo avrei preso in braccio e il mio istinto paterno avrebbe preso il sopravvento, proprio come era successo con Artem e Lisa.
Rimasi seduto lì nella penombra dell'ospedale, con le lezioni di biologia che mi riaffioravano alla mente: tratti recessivi, genitori con geni inattivi, combinazioni che saltano generazioni e compaiono inaspettatamente. Le leggi di Mendel, i diagrammi scolastici, gli appunti frettolosi degli esami di genetica: tutto mi passò davanti agli occhi in quel momento, eppure non riuscivo a liberarmi da quell'ossessione: nella nostra famiglia non era mai nato un bambino con i capelli rossi.
Elena si addormentò, esausta. Nicolas respirava lentamente mentre io sedevo perso nei miei pensieri. Verso le undici di sera, arrivai a casa. Artem dormiva già e Lisa, in pigiama con i piccoli orsetti ricamati, mi aspettava in cucina. Aveva nove anni, ma il suo sguardo era serio e profondo, come se comprendesse cose che andavano oltre la sua età.
"Papà, è nato il tuo fratellino?" chiese con voce flebile.
"È nato", risposi.
Per un attimo sorrise, poi aggiunse con voce appena udibile: "È rosso, vero?".
Rimasi immobile sulla soglia.
"Come fai a saperlo?" balbettai.
Lisa esitò per un attimo, poi riprese a parlare, quasi sussurrando:
—La mamma ha detto che era uno zio... o un parente lontano. Ma l'ho sentito chiamare la mamma "figlia mia".
Mi si strinse il cuore.