Da una persona che ha scelto di creare bellezza.
Donna aveva sessantaquattro anni. Aveva perso peso. La perdita di peso dovuta all'inverno le faceva sembrare i vestiti larghi. Ma era anche più forte. Le sue braccia erano più muscolose di prima. Le sue mani, sebbene ancora artritiche e gonfie, erano capaci di cose che non aveva mai sperimentato prima.
Le faceva male tutto il corpo? Sì.
Ma era il dolore del lavoro, dello scopo, dell'utilità.
Non il dolore lancinante di sentirsi inutile.
Era sopravvissuta all'inverno. Al freddo, alla fame, alle ferite e alla disperazione. Alla solitudine più totale, con solo i suoi pensieri e la pietra a farle compagnia.
E aveva fatto molto di più che sopravvivere.
Aveva creato.
Trasformato una cava abbandonata in un santuario vivente.
Aveva dimostrato a se stessa ciò che aveva disperatamente bisogno di dimostrare: che contava. Che le sue mani potevano creare bellezza. Che a sessantaquattro anni, rifiutata e ignorata, fosse più capace, più creativa e più viva di quanto non lo fosse mai stata quando veniva apprezzata come moglie.
La primavera si avvicinava. Già la vegetazione spuntava dal pavimento della cava. Già l'aria si stava rinfrescando. Già il lavoro diventava più facile con l'aumento delle temperature.
E Donna aveva dei progetti.
Sognava un vero giardino nella parte più soleggiata. Di ampliare gli stagni. Di esplorare la parte più remota, che fino ad allora aveva a malapena sfiorato. Di continuare a costruire, creare, trasformare.
Non per gli altri.
Solo per se stessa.